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Dire no


Sono nato a Chiasso in tempo di guerra. Nel mio cantone un tempo quelli che vivevano a ridosso della frontiera con l’Italia erano detti, con un po’ di disprezzo, “maiaramina”. Quand’ero bambino i maiaramina andavano sulle alture a guardare i bombardamenti di Milano. Eravamo i guardoni della storia. Un pomeriggio un caccia mitragliò il nostro scalo merci per sbaglio e uccise un macchinista, che si era affacciato alla cabina della locomotiva gridando:–Sono qua, gli americani, sono qua! Morirono un macchinista e un cavallo che pascolava accanto alla ferrovia. I ragazzi raccolsero i bossoli sepolti nella neve. Pochi mesi dopo, il 6 agosto 1945, nel cielo sopra Hiroshima una fortezza volante statunitense sganciò la prima bomba atomica, battezzata “Little boy”: duecentomila morti in un solo colpo. Io avevo cinque anni.

Ho cominciato a insegnare in una scuoletta di paese negli anni in cui Günther Anders scriveva i comandamenti dell’era atomica, dove parlava di apocalisse. Avrei dovuto trascrivere quelle frasi sulle pareti della mia scuoletta. E il carteggio tra il filosofo tedesco e Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima poi diventato pacifista, avrebbe dovuto essere una lettura obbligatoria in tutte le scuole del mondo. Ma il tempo corre e io sto pedalando sotto le robinie per andare a insegnare nella mia pluriclasse mentre gli americani aggrediscono il Vietnam. Non solo sterminano uomini donne e bambini ma avvelenano terre e foreste. Due milioni di bambini sono morti tra il 1968 e il 1971 in Indocina. Bambini come quelli che io avevo davanti nella mia scuoletta di paese. L’accetta nelle mani del maniaco criminale, di cui già parla Einstein a proposito della prima guerra mondiale, continuava a colpire, in nome della civiltà occidentale e cristiana.

Poi mi sono abituato alle guerre e non le ho più contate: erano lontane da noi, avvolte nell’ovatta dell’indifferenza. Ho perso il conto. E intanto un'altra guerra antica e quotidiana, quella tra le classi sociali, non smetteva di mietere le sue vittime tra i poveri. Così siamo arrivati ai nostri anni: la guerra fredda ha lasciato il posto alla lotta armata in America Centrale, alla guerra del Golfo, alla guerra nei Balcani, alle mattanze etniche, alle bombe intelligenti viste come giochini sui teleschermi, alle vittime civili dette “danno collaterale”, alla catastrofe dell’undici settembre, alla guerra in Afghanistan, alla guerra chimica, alla guerra batteriologica, alla guerra preventiva, alla guerra Santa. E la guerra uccide anche la verità, si sa. Si dice incidente e s’intende un corpo umano dilaniato da una bomba. Si dice civiltà e s’intende petrolio. Si dice libertà duratura e s’intende guerra infinita. “In guera, püsée ball che tera”. La mentalità militarista, l’ipocrisia e l’amoralità continuano a dominare. E i bambini continuano a morire, questa volta in Irak, uccisi da quelle che sono dette sanzioni economiche e che sono una guerra silenziosa. Il macchinista della mia infanzia ancora si alza a guardare in cielo e a gridare: -Sono qua, gli americani, sono qua! Ma questa volta gli americani non sono più i liberatori.


Oggi vivo in un villaggio tranquillo. Ma tranquillo dentro di me non posso essere, perché nel mondo ci sono tutte le guerre meno la sola giusta: la guerra contro la miseria. Il nuovo millennio ha portato il progresso tecnologico ma non il progresso morale. Ha rinnovato la barbarie. La mattanza continua e genera nuove mattanze. L’accetta del maniaco criminale continua a colpire. Nel preambolo della costituzione dell’UNESCO leggiamo che le guerre cominciano nella mente degli uomini ed è nella mente degli uomini che bisogna costruire la difesa della pace. Ma chi mai prende sul serio queste parole?

Nel mio minuscolo villaggio, se alzo gli occhi vedo i monti che cambiano colore a seconda delle stagioni, dal verde al violetto. E quando il sole tramonta una nuova luce prende i monti alle spalle e li illumina, prima di notte. Vedo la bellezza, che potrebbe educarci alla pace. Ma se l’occhio cade sui libri e vado a interrogare i filosofi che hanno ragionato sulla condizione umana, faccio fatica a guardare quella luce. I pensatori mi dicono che, nell’uomo, dietro l’istinto di vita si agita la pulsione distruttiva, il piacere di fare il male. Che la guerra è un retaggio antico, una calamità come un’altra. E un retore del secolo scorso l’ha addirittura glorificata definendola “sola igiene del mondo”.

Guardo il versante della montagna, dove ora avanzano le nebbie autunnali. E mi chiedo: come sostituire la stupidità con la saggezza, la ragione delle armi con l’arma della ragione, l’ostilità con la benevolenza, l’odio con l’amore? Freud dice: tentiamo di deviare l’aggressività umana in modo che non debba trovare sfogo nella guerra. Facciamo ricorso ai legami emotivi tra gli uomini, alla forza dell’identificazione, all’evoluzione civile. Ed è forse per questo motivo che l’arte è importante: l’arte crea legami emotivi tra gli uomini e promuove l’incivilimento. L’arte sconfigge la bestia che è in noi e ci permette di continuare a guardare, senza vergognarci, la luce che illumina il versante della montagna. Se no varranno le parole scritte da Wolfgang Borchert, poco prima della sua morte a Basilea, nel 1947, quando io ero un bambino nato in tempo di guerra:
“allora l’ultimo uomo, con le viscere dilaniate ed i polmoni appestati, andrà errando qua e là, senza risposta e solitario, sotto la luce incandescente e velenosa del sole e sotto vacillanti stelle, solitario tra le sconfinate fosse comuni dei morti ed i freddi idoli dei giganteschi blocchi in cemento delle città deserte, l’ultimo uomo, scarno, pazzo, con le sue bestemmie e i suoi lamenti – come quello terribile: PERCHÉ? Che si perderà inascoltato nella steppa, spirerà attraverso le spaccature delle rovine, filtrerà nelle macerie delle chiese, sbatterà contro i bunker, cadrà nelle pozzanghere di fango, senza essere udito, senza risposta, ultimo animalesco grido dell’ultima bestia uomo - tutto questo accadrà, domani, domani forse, forse già questa notte, forse stanotte, se ­ ­se ­­
...se non direte NO.

Alberto Nessi


 
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