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Domande urgenti, risposte lontane
Quando, nello scorso settembre, un piccolo gruppo di promotori decise di impegnarsi per la stesura di un Manifesto contro la guerra, nessuno si faceva grandi
illusioni. La guerra sarebbe probabilmente comunque scoppiata, e quella piccola azione di dissenso sarebbe stata soltanto una goccia nel mare delle mobilitazioni
internazionali. Un mare vastissimo, come si è poi visto, ma ancora insufficiente a frenare o a modificare le scelte e le logiche della politica ufficiale.
Eppure era parso necessario far sentire anche la nostra voce; non per compiere un gesto simbolico, ma per avviare una riflessione, che avrebbe dovuto continuare
nei mesi e negli anni. Una riflessione sulla guerra, e sulle sue ragioni strumentali e irragioni etiche, ma anche una riflessione sulla pace, sul senso che vogliamo
dare a questa parola nella nostra vita quotidiana, nel nostro agire quotidiano.
"Tutto della guerra è ipocrita e falso", scrive in un componimento una ragazza di diciassette anni. Ha ragione, e appunto questo era un
punto che ci premeva sottolineare. Falsa la retorica bellica, false le informazioni, falso il linguaggio, false le motivazioni addotte per far credere
"necessario" il conflitto. False persino le date di inizio e di fine, se la guerra comincia sempre prima ancora di essere dichiarata, e non si
conclude realmente con il termine delle cosiddette "operazioni militari" (quando potremo davvero fare il conto delle sue vittime innocenti? Fra
un anno? Fra trent'anni?). Di tutto ciò, la cronaca di questi ultimi mesi fornisce esempi lampanti e terribili, destinati purtroppo a farsi più
lampanti e più terribili in futuro. E allora, anche se sono famosissime, vale la pena ricordare ancora una volta le parole profetiche di Arthur Schnitzler,
scritte a ridosso della prima guerra mondiale: "Si dice: è morto da eroe. Perché non si dice mai: ha subito una splendida, eroica mutilazione?
Si dice: è caduto per la patria. Perché non si dice mai: si è fatto amputare entrambe le gambe per la patria? (L'etimologia dei potenti!)
Il vocabolario della guerra è fatto dai diplomatici, dai militari, dai potenti. Dovrebbe essere corretto dai reduci, dalle vedove, dagli orfani, dai medici
e dai poeti". Vale la pena ricordarle proprio oggi, a guerra ufficialmente conclusa: mentre le vittime tacciono, e i potenti della terra discutono su
come dividersi il bottino, fingono di ricucire uno strappo che in realtà ha lacerato in modo forse immedicabile il diritto internazionale e gli equilibri
mondiali, lodano gli sforzi compiuti e tornano a parlare di pace. Di quale pace?
È difficile ragionare sulla pace. Perché la guerra, questa guerra come tutte le altre, non nasce improvvisamente come un male imprevisto, ma mette
radici nella pace che l'ha preceduta e preparata più o meno in sordina. Un pace relativa, dunque, una pace a sua volta colpevole. Anche la pace, infatti,
può essere ipocrita e falsa; e dirsi a favore della pace, o pacifisti, significa allora ripensare al significato profondo di questo concetto.
Reinventarlo, forse: reinventare un'antropologia della pace. All'indomani dello scoppio della guerra, su uno dei siti internet più importanti e più
attivi nella mobilitazione del pacifismo internazionale, si leggeva un amaro editoriale, che si concludeva però con un invito alla speranza. Abbiamo fatto
molta strada, diceva più o meno quel testo; non abbiamo potuto impedire la mostruosità di questa guerra, ma se saremo uniti domani vinceremo
(we will win). Per quanto difficile, e quasi grottesco in questi mesi, forse bisogna raccogliere questo invito a una tenue speranza; perché da
decenni non si assisteva a una reazione così ampia e decisa, a una mobilitazione popolare così massiccia e trasversale ad ogni schieramento, a una
volontà di resistenza che ha riunito gruppi e individui diversissimi per formazione, età, orientamento, fede, ideologia. Non i partiti politici,
che nel complesso hanno dato mediocre prova di sé, né tantomeno i governi nazionali europei (neppure quelli che si sono per qualche tempo schierati
contro l'intervento, in difesa di qualche interesse economico o strategico; pronti peraltro a tornare al tavolo delle trattative al momento giusto): ma gruppi
poco organizzati, singoli individui, movimenti. Così, la guerra ha forse catalizzato lo sviluppo dei suoi anticorpi: e bisogna davvero sperare che essi
sappiano crescere e manifestarsi pienamente. E tuttavia una delle parole conclusive di quell'appello alla speranza mi disturba e mi pare fuori posto: la parola
vincere. Non credo più a questa parola, che mi sembra appartenere al linguaggio della falsa pace; non credo che si possa "vincere"
senza ricadere nella logica che si vuole combattere. Ma proprio qui si colloca il nodo più arduo che il pacifismo internazionale deve cercare di sciogliere,
e da cui dipende il futuro degli anticorpi a cui si alludeva poco fa.
In un poderoso saggio di Jared Diamond (Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, 1998, p.36) si narra
questo episodio: nel 1835, sulle coste delle isole Chatman, abitate dalla popolazione dei Moriori, giunse una nave carica di 500 Maori armati di tutto punto e
intenzionati alla conquista e alla devastazione. I Moriori, spiega l'autore, erano più numerosi, e avrebbero potuto difendersi; ma la loro cultura era pacifica,
e decisero di non combattere, offrendo agli invasori pace, amicizia e la spartizione delle risorse. Furono tutti sgozzati e divorati, e più tardi uno dei
Maori disse: "Abbiamo preso possesso dell'isola, secondo i nostri costumi, e abbiamo catturato tutti. Nessuno è riuscito a scappare. Chi fuggiva
l'abbiamo ucciso, e così tutti gli altri. Ma che importa? Questi sono i nostri costumi". Un simile aneddoto, nella sua atrocità, potrebbe
offrire probabilmente qualche buon argomento a chi sostiene la necessità di una pace armata, e dunque di un'eventuale guerra. Letto invece in un'ottica
pacifista, pone degli interrogativi inquietanti e cruciali. Il primo riguarda la capacità di una cultura davvero pacifica di entrare così in
profondità nei comportamenti individuali e di gruppo da saper giungere alle estreme conseguenze: forse abbiamo molto da imparare dai Moriori, anche
se nessuno di noi si augura certo di essere trucidato in quel modo. Una cultura della pace non può basarsi semplicemente sull'opposizione alla guerra;
deve entrare in ogni gesto, in ogni pensiero quotidiano. Come scriveva Luigi Pintor, da poco scomparso, nel suo ultimo grande articolo, "anche la
pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un'opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e
dell'esistenza quotidiana. Non una bandiera e un'idealità, ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato
di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile". Il secondo interrogativo è conseguente al primo: la contrapposizione tra Moriori e Maori sembra porci di fronte a una scelta tragica e paralizzante, quella espressa per esempio da Alessandro Manzoni nei versi conclusivi dell'Adelchi: "non resta che far torto o patirlo". Se le cose stessero così, se davvero non potessimo che scegliere di essere vittime o carnefici, ciascuno di noi potrebbe soltanto decidere individualmente in base a principi etici, o, per chi può farlo, religiosi: non politici. Sciogliere questa antitesi, scoprire una nuova prospettiva sociale, una nuova possibilità di agire collettivamente, inpegnando, come diceva il nostro Manifesto, "ogni istante della nostra vita, ogni gesto che dà un senso alla nostra esistenza, ogni tentativo di intelligenza, d'amore, d'amicizia, di creatività, ogni molecola del nostro essere": ecco
la strada difficile che il movimento pacifista deve imboccare, e lungo la quale ciascuno è chiamato a riflettere. Perché le risposte sono ancora
lontane, ma la loro urgenza è oggi, forse più che mai, drammatica.
Fabio Pusterla |
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