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Brandelli di firme, brandelli di carne
Quando nello scorso settembre, un piccolo gruppo di promotori decise di impegnarsi per la stesura di un manifesto contro la guerra, nessuno si faceva grandi illusioni.
Né sull’azione intrapresa, né sui suoi risultati effettivi. Eppure… eppure, qualcosa si è raggiunto. Poco più che nulla, ma
per cominciare può bastare. Dopo diversi decenni per la prima volta in Ticino intellettuali, artisti, lavoratori si sono ritrovati in un comune denominatore
che ha spaesato l’egocentrismo artistico. Chiunque lavori in ambito estetico sa quanto sforzo costi il produrre un’opera. Una pennellata, un colore,
una prospettiva sono il frutto di sapiente conoscenza, approfondimento ed applicazione, ed il risultato sarà il lavoro compiuto. Il percorso è
sempre faticoso, ma non casuale. Nonostante tutto però qualcosa sfugge per andare oltre.
Il lungo tragitto dell’iniziativa, del manifesto e del cubo ha accomunato persone diversificate e durante il viaggio si è arricchito di valenze
simboliche: ansie, aspettative, ingenuità, desideri… Se l’arte è il ritrovarsi nella lettura di un linguaggio comune che rispecchi
il proprio tempo, le proprie contraddizioni e ne interpreti le esigenze, la sintassi e preconizzi il futuro, il lungo viaggio del cubo ne può essere
viva testimonianza. Come un mosaico, una cattedrale romanica, un’anonima metopa, un vaso attico, una ziqqurat, la creazione artistica collettiva ha dato
risultati di enorme valore estetico. Oggi il cubo, con il suo accumulo di firme, ed è questo che sfugge, assurge a manufatto estetico che unisce la teoria
dell’arte senza nomi a quella romantica e più vicina a noi dell’esplosione del singolo. Una sintesi, ci sembra, raramente trovata e che si basa
sul concetto che non “possiamo scegliere nessun altro punto di vista che quello del presente” anche se, come crede Droysen, “l’oggetto del
presente non è affatto il passato, ma ciò che del passato è ancora presente”.
Forse è poco più che nulla, ma sicuramente l’inizio di qualcosa, un balbettio che può portare al “ritrovamento improvviso di un
linguaggio nel quale esprimersi”. Un linguaggio che ci porta -come dice Emilio Vedova- “a stare tutti insieme, senza demagogia, con le nostre verità,
con le nostre dialettiche, con la nostra possibilità anche critica… in fondo… di stare da una certa parte. E così la pittura oggi è
là che ti chiama per dire attraverso i colori e i segni -così dentro nella creatività- che c’è qualcuno… per stare insieme,
muovere la condizione dell’umano, sempre nel possibile”.
Brandelli di firme come brandelli di carne, oggi, anche se dell’orrore della guerra ciò che vediamo è il sangue e la carne degli altri e mai i
nostri per una sorta di pudica rimozione.
Gianluigi Bellei |
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